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Mio padre, il capitano dei capitani: Giorgio Ferrini

Una serata, quella del 17 febbraio 2026, sospesa tra il mito sportivo e l’intimità domestica, dove il ricordo di un campione si è intrecciato indissolubilmente a quello di un padre. È stata un’occasione densa di emozione quella dedicata a Giorgio Ferrini, indimenticato capitano del Torino, celebrato attraverso le pagine del libro scritto dalla figlia Cristiana.

L’evento si è aperto nel segno di un’amicizia ritrovata: la nostra Presidente ha introdotto l’incontro accogliendo Cristiana Ferrini, compagna di studi ai tempi del liceo. È stato proprio questo legame personale a spingere a dare vita a un appuntamento che ha saputo andare oltre la cronaca sportiva per toccare le corde più profonde dell’anima.

«Ho deciso di scrivere di lui perché la sua vita è una storia magica, che mi ha lasciato il bisogno di restituirgli qualcosa», ha esordito Cristiana. Un racconto che non parla di trofei, ma di 4.672 giorni vissuti insieme. Dodici anni che, pur nella loro brevità, hanno lasciato un’impronta indelebile: «Non mi ha lasciato solo l’eredità dello sportivo, ma i valori, l’esempio e il modo di essere uomo tra le mura di casa».

Il viaggio nella memoria è partito da una Trieste operaia, dove il piccolo Giorgio si faceva cucire dalla nonna il numero 8 sulla maglia, rifiutando il più semplice 7 perché il suo idolo giocava nel Grande Torino. In un’epoca in cui il calcio era un lusso, il suo primo pallone fu un miracolo di artigianato fatto di ritagli di tessuto e gommapiuma.

Il momento di svolta arrivò a dieci anni, con la tragedia di Superga. Cristiana ha ricordato la scomparsa improvvisa del padre per ore, il suo camminare solitario lungo il mare e quella risposta disarmante data ai nonni preoccupati: «Voi non capite, ho perso tutti i miei eroi». Fu la mattina seguente che Giorgio, indossando la sua maglia granata, pronunciò la promessa che avrebbe segnato la storia: «Io diventerò il capitano di questa squadra».

Il passaggio al professionismo fu suggellato da una stretta di mano e dalla lungimiranza di una nonna “moderna” che spinse Giorgio a cogliere l’opportunità offerta dai dirigenti granata. Nonostante le lusinghe di altri club, Ferrini scelse il Torino per sempre, con un unico grande obiettivo: riportare lo scudetto sotto l’ombra della Mole. Un traguardo che il destino gli avrebbe permesso di vedere solo da una prospettiva diversa, come se il suo compito terreno si fosse esaurito proprio con il compimento di quel sogno.

La serata ha ospitato testimonianze d’eccezione, come quella di Claudio Sala, il “Poeta del Gol”, arrivato in granata nel 1969.

«Di Giorgio mi colpì subito il silenzio», ha ricordato Sala. «Amavo i giocatori che parlavano poco e facevano i fatti. Bastava uno sguardo per capirsi».

Emblematico l’aneddoto dello spogliatoio al Filadelfia: una lavagna dove Ferrini segnava i nomi degli avversari con cui “pareggiare i conti” nel girone di ritorno. Una leadership fatta di carattere e pochissime, pesate parole.

Anche Paolo Pulici, attraverso un ricordo letto dal moderatore, ha reso omaggio alla “scuola” di Ferrini. Un battesimo del fuoco fatto di gomiti alti e duri scontri in allenamento, conclusosi con il riconoscimento più alto dopo un colpo fortuito al naso del capitano: «Adesso sì che sei del Toro».

Il dibattito con la sala ha toccato anche il tema del Torino odierno. Molti presenti hanno espresso nostalgia per quel “tremendismo” incarnato da Ferrini, auspicando che il club torni a investire in strutture come il Filadelfia per ricostruire un’identità solida, basata su bandiere capaci di legarsi alla maglia per un’intera carriera.

In chiusura, Cristiana ha voluto condividere i due momenti più vividi legati al padre:

  • Il dolore: Il pianto per la morte di Meroni, la prima volta in cui vide l’eroe di casa mostrare la propria vulnerabilità.
  • La gioia: Gli occhi lucidi il giorno dello scudetto, un abbraccio che sapeva di missione compiuta.

Il ritratto finale è quello di un uomo che amava guardare il mare dal suo terrazzo, in silenzio, col sapore di una sigaretta e della sua Trieste. «Per me è rimasto il mio papà, il mio Piccolo Principe», ha concluso Cristiana, lasciando al pubblico l’immagine di un campione che il tempo non potrà mai scalfire.

La serata si è conclusa con una lunga fila per il firma-copie, un ultimo abbraccio collettivo a una famiglia che ha reso la storia del Torino una leggenda umana prima ancora che sportiva.

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